Situata nel cuore del Sud-Est asiatico, la Thailandia è quel tipo di destinazione che riesce nell’impresa quasi impossibile di essere tutto contemporaneamente — antica e modernissima, spirituale e sfacciatamente festaiola, lussuosa e accessibile — senza che nulla di tutto questo sembri in contraddizione. Un paese che ha capito avanti tempo che le identità plurali non si escludono, si moltiplicano.
Dai templi dorati di Bangkok che riflettono la luce del mattino alle spiagge di Koh Samui e Phuket, dove il tramonto sembra studiato da un direttore artistico, dalle montagne brumose di Chiang Mai ai mercati notturni dove l’olfatto prende le decisioni al posto vostro — la Thailandia è un paese che non si visita in modo lineare. Si attraversa, si assapora, si sopravvive — nel senso migliore del termine.
E poi c’è la questione dell’accoglienza. La Thailandia è da decenni una delle destinazioni più inclusive e aperte del mondo per viaggiatori LGBTQ+, non perché qualcuno abbia emesso un comunicato stampa in proposito, ma perché la cultura thai ha sempre avuto un rapporto con la fluidità dell’identità molto più sofisticato di molte società occidentali che si credono avanguardia. Le persone kathoey — spesso riduttivamente chiamate “terzo genere” — sono parte visibile e rispettata del tessuto sociale da secoli, molto prima che altrove si iniziasse anche solo a trovare le parole giuste.
Tutto questo per dire una cosa sola: venite. La Thailandia ha spazio per tutti — e sa come farvelo sentire.
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